Perché in Italia la cultura aziendale la scrive sempre qualcun altro
Nelle grandi multinazionali c’è un intero dipartimento che si occupa di “employee experience”. Nelle PMI italiane, che sono la maggioranza del tessuto produttivo del paese, quel dipartimento spesso non esiste — e va benissimo così, perché non ne servirebbe uno.
Il problema è cosa succede al posto suo. Nella maggior parte dei casi, la cultura aziendale viene delegata a chi si trova più a portata di mano: un consulente esterno che applica un modello standard, un responsabile HR che la traduce in policy, un formatore che la riduce a un corso obbligatorio una volta l’anno. Ognuno di questi ruoli fa il proprio lavoro bene. Nessuno di loro, però, ha davanti agli occhi la cultura vera dell’azienda — quella che il founder ha in testa, spesso mai scritta, spesso nemmeno lui saprebbe definirla a parole se glielo si chiedesse di punto in bianco.
Il risultato è una cultura aziendale “di seconda mano”: corretta sulla carta, generica nei fatti, indistinguibile da quella di dieci altre PMI dello stesso settore.
Il rovesciamento non è eliminare consulenti, HR e formatori — restano alleati preziosi una volta che la direzione è chiara. Il rovesciamento è che la cultura la deve guidare chi ha davvero voce in capitolo sull’azienda: il CEO, il founder, chi ha deciso dove si va e perché. Non perché sappia scrivere meglio un manuale — ma perché è l’unico che conosce la versione vera, quella prima che qualcun altro la traducesse in linguaggio da manuale.
Da lì in poi il lavoro di tradurla in qualcosa che le persone leggono, usano e ricordano — quello sì, può farlo qualcun altro. Ma il punto di partenza deve restare tuo.
Domande frequenti
Non è compito dell'HR occuparsi della cultura aziendale?
L'HR gestisce processi — assunzioni, formazione, valutazioni. La cultura aziendale, quella vera, nasce da chi decide la direzione dell'azienda. Nelle PMI questo è quasi sempre il founder o il CEO, non un reparto.